2008-04-05
di FRANCESCO MEUCCI
VERONA
AL VINITALY l'inchiesta sul Brunello è come un'ombra silenziosa: c'è, anche se la si intravede appena. Fa paura, incute timore, eppure il primo istinto è quello di voltare le spalle e pensare ad altro. A Verona, secondo giorno della grande kermesse, fra i banchi del Consorzio e negli stand dei 'big' di Montalcino, così come nel padiglione della Provincia e a in quello dell'Enoteca Italiana, si cerca invano di non parlarne. Invano, appunto: perché prima o dopo l'argomento viene comunque a galla. I produttori sono preoccupati, anche se fanno di tutto per non darlo a vedere.
Temono soprattutto per le possibili ricadute economiche. C'è chi il vino non lo può vendere, perché ha le cantine sotto sequestro, e chi non ci riesce perché gli acquirenti quest'anno ci vanno un po' più cauti e prima di firmare gli ordini prendono tempo in attesa di saperne di più del lavoro della magistratura.
FRA I PRIMI a non nascondere la propria preoccupazione c'è l'assessore provinciale all'agricoltura e presidente dell'Enoteca, Claudio Galletti (nel tondo), che ieri a Verona ha annunciato la convocazione di un tavolo tecnico per martedì prossimo. «D'accordo con il presidente della provincia, Fabio Ceccherini spiega Galletti abbiamo deciso di incontrare le associazioni dei produttori, i sindacati, la Camera di Commercio e la Regione per cercare di valutare con maggiore attenzione le vicende giudiziarie che interessano il Brunello. Vogliamo soprattutto capire quali possono essere le possibili ricadute sociali. La preoccupazione c'è aggiunge l'assessore inutile negarlo, così come c'è qualche imbarazzo sul mercato».
Ecco il punto: il Vinitaly è la più importante kermesse dedicata al vino italiano e agli occhi dei clienti esteri, che come sempre sono tanti e pronti a spendere, il nostro paese si è presentato con due inchieste: quella sul Brunello e quella sul vino adulterato. Due questioni profondamente diverse perché, ed è bene ricordarlo come ha fatto l'altro ieri il ministro all'agricoltura Paolo De Castro, a Montalcino non si produce un vino che fa male, ma solo un vino diverso dal rigido disciplinare. E la scelta di aggiungere uve merlot è più che altro una questione culturale e legata al marketing e non una truffa dannoso per la salute dei consumatori.
«I RIFLESSI ci sono e si fanno sentire aggiunge ancora Galletti in questi giorni si inizia a sentire parlare di acquirenti che prendono tempo prima di firmare gli ordini. Con tutta la cautela del caso, dobbiamo iniziare a muoverci anche noi». In ballo non c'è solo il buon nome e la ''reputazione'' di uno dei prodotti di punta del made in Italy, ma ci sono centinaia di posti di lavoro in aziende con fatturati da sei zero all'anno.
UN ASPETTO sollevato dai sindacati e di cui adesso la Provincia ha deciso di farsi carico. Così, mentre il dibattito fra gli esperti e gli appassionati di vino si sposta sul disciplinare e sulla sua rigidità, e mentre alcuni produttori invocano un ritorno alla purezza e un bagno di umiltà per il Brunello, le istituzioni si muovono sia per tutelare l'enorme patrimonio rappresentato da Montalcino e dal suo vino, ma soprattutto per cercare di capire le possibili ricadute economiche che questa inchiesta potrebbe provocare.