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«Subito un tavolo di confronto»
La risposta di Galletti da Verona

di FRANCESCO MEUCCI
— VERONA —
AL VINITALY l'inchiesta sul Brunello è come un'ombra silenziosa: c'è, anche se la si intravede appena. Fa paura, incute timore, eppure il prim...
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2008-04-05
di FRANCESCO MEUCCI
— VERONA —
AL VINITALY l'inchiesta sul Brunello è come un'ombra silenziosa: c'è, anche se la si intravede appena. Fa paura, incute timore, eppure il primo istinto è quello di voltare le spalle e pensare ad altro. A Verona, secondo giorno della grande kermesse, fra i banchi del Consorzio e negli stand dei 'big' di Montalcino, così come nel padiglione della Provincia e a in quello dell'Enoteca Italiana, si cerca invano di non parlarne. Invano, appunto: perché prima o dopo l'argomento viene comunque a galla. I produttori sono preoccupati, anche se fanno di tutto per non darlo a vedere.
Temono soprattutto per le possibili ricadute economiche. C'è chi il vino non lo può vendere, perché ha le cantine sotto sequestro, e chi non ci riesce perché gli acquirenti quest'anno ci vanno un po' più cauti e prima di firmare gli ordini prendono tempo in attesa di saperne di più del lavoro della magistratura.

FRA I PRIMI a non nascondere la propria preoccupazione c'è l'assessore provinciale all'agricoltura e presidente dell'Enoteca, Claudio Galletti (nel tondo), che ieri a Verona ha annunciato la convocazione di un tavolo tecnico per martedì prossimo. «D'accordo con il presidente della provincia, Fabio Ceccherini — spiega Galletti — abbiamo deciso di incontrare le associazioni dei produttori, i sindacati, la Camera di Commercio e la Regione per cercare di valutare con maggiore attenzione le vicende giudiziarie che interessano il Brunello. Vogliamo soprattutto capire quali possono essere le possibili ricadute sociali. La preoccupazione c'è — aggiunge l'assessore — inutile negarlo, così come c'è qualche imbarazzo sul mercato».
Ecco il punto: il Vinitaly è la più importante kermesse dedicata al vino italiano e agli occhi dei clienti esteri, che come sempre sono tanti e pronti a spendere, il nostro paese si è presentato con due inchieste: quella sul Brunello e quella sul vino adulterato. Due questioni profondamente diverse perché, ed è bene ricordarlo come ha fatto l'altro ieri il ministro all'agricoltura Paolo De Castro, a Montalcino non si produce un vino che fa male, ma solo un vino diverso dal rigido disciplinare. E la scelta di aggiungere uve merlot è più che altro una questione culturale e legata al marketing e non una truffa dannoso per la salute dei consumatori.

«I RIFLESSI ci sono e si fanno sentire — aggiunge ancora Galletti — in questi giorni si inizia a sentire parlare di acquirenti che prendono tempo prima di firmare gli ordini. Con tutta la cautela del caso, dobbiamo iniziare a muoverci anche noi». In ballo non c'è solo il buon nome e la ''reputazione'' di uno dei prodotti di punta del made in Italy, ma ci sono centinaia di posti di lavoro in aziende con fatturati da sei zero all'anno.

UN ASPETTO sollevato dai sindacati e di cui adesso la Provincia ha deciso di farsi carico. Così, mentre il dibattito fra gli esperti e gli appassionati di vino si sposta sul disciplinare e sulla sua rigidità, e mentre alcuni produttori invocano un ritorno alla purezza e un bagno di umiltà per il Brunello, le istituzioni si muovono sia per tutelare l'enorme patrimonio rappresentato da Montalcino e dal suo vino, ma soprattutto per cercare di capire le possibili ricadute economiche che questa inchiesta potrebbe provocare.
 









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