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PRATO

Al Museo Pecci di Vardi Kahana

Il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato ospita la mostra One Family, un percorso iconografico compiuto dall’artista, nel corso di un decennio, attraverso confini geografici, ideologici e psicologici per raccontre cosa è accaduto agli eredi di coloro che hanno vissuto la Shoa.

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pecci PRATO, maggio 2008  - A sessant’anni dalla tragedia dell’Olocausto Vardi Kahana racconta attraverso le sue immagini cosa è accaduto agli eredi di coloro che hanno vissuto la Shoa. A cura di Marco Bazzini, il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato ospita la mostra One Family, un percorso iconografico compiuto dall’artista, nel corso di un decennio, attraverso confini geografici, ideologici e psicologici. Dopo la prima generazione dei sopravvissuti all’Olocausto Vardi Kahana ritrae le esperienze individuali e collettive di molte persone, dai Kibbutzim ai coloni della Cisgiordania, dagli ortodossi di Tel Aviv ai secolari di Copenhagen, tutti accomunati dall’appartenenza ad un’unica famiglia: la sua. Il lavoro dell’artista evidenzia le diverse dinamiche dei legami familiari che si creano nei periodi in cui la necessità di sopravvivenza è bisogno primario.
Il punto di partenza della mostra è limmagine di Rivka, madre dell’artista, e delle sue due sorelle, Lea ed Ester. Sul loro braccio sinistro sono tatuati tre numeri consecutivi: A-7760, A-7761, A-7762, l'ordine in cui ad Auschwitz, nell'aprile del 1944, hanno aspettato in fila che fosse loro impresso il tatuaggio. A quel tempo non sapevano se sarebbero sopravvissute fino all'indomani: oggi vivono tutte e tre in Israele, nonne di trentuno nipoti.
Per ritrarre i suoi parenti l’artista ha viaggiato in Israele ed all’estero: dai Kibbutz socialisti della Shomer Hatzair nel nord, agli insediamenti in Giudea e Samaria, dagli insediamento di Susya, nelle colline a sud di Hebron, alla ricca Savyon; da Gerusalemme a Tel Aviv; da Bnei Brak a Copenaghen; da Petach Tikva a Cesarea. Un lavoro di documentazione fotografica che narra la storia di quattro generazioni protagoniste dell’esperienza esistenziale ebraico-israeliana.
Spostamenti fra "sinistra" e "destra", fra ultraortodossi e case di atei ed agnostici. Vardi Kahana nel suo lavoro evidenzia le dicotomie che si sono create all'interno della famiglia: “Nella mia relazione con i cugini - spiega l’artista - manca ormai quel senso di urgenza esistenziale che contrassegnava la relazione dei miei genitori con i suoi fratelli. Ma c'è di più: si è creato un divario politico e religioso che talvolta provoca una vera e propria spaccatura. La geografia è una metonimia per la voragine ideologica che separa i diversi rami della mia famiglia. Adesso che noi stessi siamo diventati genitori -prosegue Kahana- il bisogno di vicinanza della famiglia allargata è diminuito. E' vero che il divario ideologico ci allontana e cancella qualunque possibilità di un denominatore comune? A quanto pare sì. Ci incontreremo in occasione delle feste e Dio non voglia, ai funerali. Nessun altro collante ci tiene più uniti“.
Fino al 15 giugno; tutti i giorni ore 10-19, chiuso martedì










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