Contratto choc (e illegale) fra divorziati sulla pelle di una bimba. Il papà rinuncia a vedere la figlia per tutta la vita e la madre a incassare l’assegno di mantenimento fissato dal tribunale. Va avanti per vent'anni ma alla fine la ragazza denuncia il padre. Mediatore un avvocato
Arezzo, 11 maggio 2008 - E io mi gioco la bambina, come nel film famoso di Walther Matthau. Solo che stavolta a 'vendersi' la figlia sono stati papà e mamma, protagonisti di un accordo di separazione quantomeno cinico e assolutamente illegale. Che tuttavia, all’insaputa del giudice ovviamente, ha resistito quasi vent’anni e ha costretto la ragazzina, nel frattempo arrivata all’età dell’università, a vivere in condizioni assolutamente precarie, mantenuta perlopiù dai nonni.
Una storia emblematica, soprattutto nel giorno in cui si celebra la festa della mamma, la storia di una carta privata, firmata da marito e moglie nella quale il primo rinuncia a vedere la figlia per tutta la vita e la signora a incassare l’assegno di mantenimento fissato dal tribunale. Rinunciando per conto di una minorenne a dei soldi che non erano suoi ma appunto della bimba. Un diritto indisponibile, come si dice in gergo giuridico, ma i genitori ne hanno fatto lo stesso mercato, grazie anche alla mediazione di un avvocato alquanto spregiudicato.
Protagonisti del caso, insieme alla ragazzina ora diventata ragazza, un commesso di quarant’anni e una promotrice finanziaria di trentotto, entrambi del Casentino. Si sposano nel 1988, quando la figlia è già in arrivo, ma il matrimonio nato male finisce anche peggio, con la rottura nel giro di un anno. Il resto è la classica trafila di ogni unione che si spezza. Prima la separazione, nel 1989, quindi (nel 1995) il divorzio. I termini sono in un caso e nell’altro quelli previsti dalla legge, cioè l’affido della bimba alla madre, il diritto per il padre di vederla una volta alla settimana, l’obbligo per lui di versare un assegno di mantenimento della piccola: 150 mila lire mensili nell’89 che diventano 200 mila nel ’95. Senonchè in entrambe le circostanze, all’uscita dall’aula del giudice, padre e madre, per tramite dell’avvocato che ha assistito entrambi, mettono sulla carta e firmano una carta privata nella quale in sostanza si impegnano, in deroga alle decisioni del tribunale, lui a rinunciare al suo giorno settimanale con la figlia e lei a riscuotere l’assegno per conto della piccola.
E’ un atto radicalmente nullo e privo di qualsiasi valore legale, ma regge, nel silenzio delle parti, per quasi vent’anni. Finchè la bimba, ormai divenuta donna e maggiorenne, non si rivolge a un avvocato (Adolfo Bendoni di Bibbiena) e intenta causa contro il padre per la violazione degli obblighi di mantenimento. Inevitabile il processo in cui lui, nei panni dell’imputato (lo difende l’avvocato Giacomo Pietrelli), si gioca la carta a sorpresa, producendo la scrittura privata quale giustificazione. Dinanzi al giudice Luciana Cicerchia (quella che condannò all’ergastolo la brigatista Nadia Lioce) viene allora chiamato a testimoniare l’avvocato, che ammette l’illiceità dell’accordo e spiega di averlo fatto presente anche a marito e moglie, che però hanno voluto firmare lo stesso.
La madre, in lacrime, racconta di aver accettato un’intesa tanto cinica solo per togliersi di mezzo l’ex compagno che infastidiva lei e la bimba. Che il tutto si sia tradotto in un baratto sulla pelle della figlia, che un padre abbia avuto il coraggio di monetizzare il diritto a vedere il sangue del suo sangue è forse un eccesso di sentimentalismo per genitori così disinvolti. E poi parlano di crisi della famiglia.
Salvatore Mannino
Racconta la storia di Marco Pantani 'Per abbreviare la mia sofferenza', spettacolo in scena sabato 17 maggio al Teatro dei Ricomposti di Anghiari (Arezzo). Scritto da Alessandro Pozzetti, Domenico Ferrari e Marina Modellato, la rappresentazione narra la vita del ciclista scomparso il 14 febbraio del 2004