FIRENZE, aprile 2008 - Dieci secondi alla mezzanotte. Ten seconds to midnight. Un tempo brevissimo, ma che può essere dilatato all’infinito. Almeno per tutto l’arco temporale che va dall’inizio della vita sul nostro pianeta ad oggi. Dieci secondi comunque sufficienti per rallentare il passo e fermarsi a riflettere sull’umanità, sull’andare avanti ma anche sul guardarsi indietro. Antonio Managò e Simone Zecubi sono due giovani artisti milanesi che da alcuni anni formano la coppia artistica J & Peg, come il formato delle foto digitali. E con l’esuberanza dei loro trent’anni costruiscono opere che indagano il contemporaneo, ponendo un interrogativo sull’altro, attraverso una serie di incubi patinati che sposano fotografia e pittura.
Con la mostra Working Mates curata da Achille Bonito Oliva, J & Peg arrivano alla Galleria Poggiali e Forconi, per la quale hanno realizzato un’apposita installazione, un site specific, dal titolo Ten Second Midnight.
Più che un’installazione Ten Second Midnight è una vera e propria project room, all’interno della quale si rappresenta una sorta di count down: «Dieci secondi alla nascita di un nuovo giorno — spiegano Antonio Managò e Simone Zecubi —, oppure dalla nascita di una nuova vita. Ma essenzialmente è un modo per dire fermiamoci, rallentiamo il passo e cerchiamo di capire le nostre trasformazioni, sia come singoli uomini, che come genere umano».
All’interno di una stanza completamente oscura, un tempio dal sapore vagamente classico sovrasta un ghiacciaio in via di scioglimeto, da cui un pesce ormai coccodrillo si allontana su un prato primordiale, delineato da un cordolo in cemento che rimanda ai nostri tempi. A lato, una pietra da cui fuoriesce un liquido simil-sangue, ricorda le violenze che hanno contrassegnato il nostro iter evolutivo. «A protezione di questo universo primordale — spiegano ancora J & Peg — abbiamo inserito dei raggi laser che attraversano la stanza. Complessivamente è un modo per dire che la continua e frenetica evoluzione a cui siamo costretti dal vivere contemporaneo ci fa dimenticare le cose come erano in origine e impedisce di capirne il senso». Nelle sale della galleria sono esposti invece i dipinti che la coppia ha realizzato negli ultimi anni (nella foto, un particolare): mega foto trasformate poi dalla pittura, che emerge nitida e sofisticata su fondali sempre scuri, in un gioco di luci che scolpiscono più che delineare i soggetti. Non a caso, compagni dell’Accademia delle Belle Arti a Brera, Antonio si è specializzato in scultura ed è il fotografo del team; Simone ha studiato scenografia ed è invece il pittore: «Pittura e fotografia sono come due amanti che si compenetrano senza dare l’una fastidio all’altra — continuano, spiegando i loro lavori — . Le nostre opere nascono da un pensiero o un’idea, dallo scambiarsi le opinioni sui fatti della vita, nostra e di tutti. Il primo passo è un bozzetto, cui seguono delle vere e proprie messe in scena, che prima fotografiamo e poi dipingiamo».
Un creare a quattro mani e a una testa, amano dire, che spiaga il titolo della mostra Working mates, compagni di lavoro. La sintesi tra immagine e pensiero funziona, tanto da suscitare visioni che vanno sempre al di là dei soggetti raffigurati. Come nel Un giorno al luna park, dove due tigri avanzano affamate verso un trono rosso, su cui è ‘seduto’ un prosciutto. Oppure in Conosci il mio nome?, in cui l’urlo della protagonista dà forma a un’energia che muove il mondo, le foglie, gli alberi e si trasforma in rumore del vento. Ma anche Mh..., dove due ipotetici Adamo ed Eva dei nostri giorni , con la testa coperta da una scatola, vorrebbero indicare il cammino a un bimbo che scruta proprio quella scatola che copre gli occhi ai suoi genitori.
«L’opera diventa una play station della fantasia — scrive Achille Bonito Oliva nel catalogo della mostra —, una ludoteca dello sguardo che si immerge in un flusso di immagini allestito con dovizia di particolari e senso scenografico dove nulla è lasciato al caso. I fantasmi provengono da universi molteplici. Il tutto riportato nella familiarità di un’immagine patinata per sdrammatizzare ogni cosa, renderla improbabile nello stesso tempo ed anche fruibile alla fine».
Fino al 19 luglio, dalle 9.30 alle 19.30; domenica su apputameto
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