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PIETRASANTA

I giganti tristi del messicano Javier Marin

Le enormi sculture dell'artista messicano Javier Marin approdano  in piazza Duomo a Pietrasanta con un suggestivo allestimento che continua nella chiesa di Sant'Agostino. Giganti in marmo, resina, cera, smembrati e riassemblati a raccontare gli orrori della guerra e delle conquiste dell'uomo

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marin1 PIETRASANTA (Lucca), giugno 2008 -Gli occhi nel vuoto, le bocche socchiuse a trattenere un sospiro, l’espressione tesa a congelare un orrore senza tempo. Eppure le teste-colosso di Javier Marin sembrano riacquistare vita proprio in quello staccarsi dal corpo, per misurarsi con lo spazio e costringere lo spettatore a nuove prospettive. Fisiche e mentali. Ad esempio le prospettive delle guerre, di ogni tempo e di ogni luogo. Oppure i segni e le ferite che ogni conflitto lascia sui suoi guerrieri, vittime o eroi che siano. Sono tutte dedicate al doloroso tema della conquista le giganti sculture dell’artista messicano che fino al 31 agosto occupano piazza del Duomo e la navata della chiesa di Sant’Agostino a Pietrasanta, sotto il titolo De 3 en 3, mostra promossa dal Comune di Pietrasanta, in collaborazione con la Galleria Barbara Paci e il contributo Critico di Antonio Paolucci, Fabio Migliorati e Aurora Norena.
Opere monumentali forgiate in bronzo, modellate in cera o resina, scolpite nel marmo e contaminate da frammenti di petali di fiori, foglie di tabacco, carne essiccata, semi di amaranto, che riassumono in corpi smembrati e riassemblati — magari tenuti insieme dal fil di ferro — la distruzione dell’uomo e della sua mente.
Già conosciuto in Italia per il successo ottenuto alla Biennale di Venezia nel 2003, Javier Marin presenta di fronte alla cattedrale trecentesca un’installazione di statue alte fino a cinque metri, nove delle quali rappresentano un vero corteo di cavalli e cavalieri, sorretti da alti piedistalli, tutti rivolti verso la chiesa di Sant’Agostino, cuore pulsante della mostra, secondo un allestimento curato dall’architetto Giulio Lazzotti.
E poi tre enormi volti umani in resina, staccati dal corpo, che diventano simbolo delle ideologie che hanno sovrastato e che ancora oggi catturano popoli e civiltà. Queste teste, divise dal robusto corpo che le sorreggeva, acquistano finalmente una natura mortale e non più ostile.
Eccoci infine nella chiesa di Sant’Agostino, con al centro l’opera Chalchihuite, una sorta di omaggio al suo Messico e alla città del sole e capitale degli aztechi, Tenochtitlàn: si tratta di due ruote di cinque metri di diametro ciascuna e composte da decine di frammenti di corpi umani in resina color carne, simbolo universale di tutte le inutili guerre combattute dall’uomo, con i loro vortici di corpi distrutti, smembrati e senza possibilità di fuga.
Iin quei corpi a pezzi, eppure ancora così scattanti, dai colori caldi e dalle sensibilità barocche, si concentra un doppio messaggio, di potere e di perdono: potrebbero essere i conquistadores che attendono, frementi di partire per la battaglia, oppure i coraggiosi difensori di una città inerme. Nella sua formazione artistica Marin ha fatto tesoro della lezione dei grandi maestri italiani e francesi del ’500 — in particolare Pontormo, Rosso Fiorentino e Michelangelo — legandola a immagini e soggetti della cultura messicana. Da cui viene anche la sua predilezione per la resina «materiale che rimanda al ciclo vita-morte — spiega — che regola ogni cosa».

Fino al 31 agosto

 









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