Difficile recupero per il corpo di Francesco. I sommozzatori di Firenze lo hanno individuato nel primo pomeriggio ma hanno dovuto lavorare fino a notte. Lo strazio dei genitori e la veglia di amici e parenti
Arezzo, 9 maggio 2008 - Hanno trovato Francesco Dragoni. Dopo la seconda notte di scavi e ricerche senza esito che aveva messo a dura prova anche i vigili del fuoco, i sommozzatori di Firenze ce l’hanno fatta. Nonostante le operazioni di recupero fossero iniziate alle 16,30, ieri alle 22,45 i resti dello studente universitario inghiottito da un cunicolo delle pozze sulfuree dell’Acqua Borra erano ancora lì.
Ci si apprestava ad usare martelli demolitori per rompere il masso che ancora imprigionava lo studente. Straziato il corpo, dalla lunga permanenza nell’acqua caldissima, sotto terra. Straziati i genitori, la sorella e gli amici, tanti parenti che non si sono mossi di un millimetro dalle terme della morte. Il corpo dell’universaitario aretino, 20 anni da compiere, i sommozzatori sono riusciti a liberarlo con le mani. Pazientemente, fino al tronco. Ma alle 19, già due ore e mezzo dopo l’individuazione del punto in cui era finito il cadavere, l’ostacolo era subito apparso chiaro: un grosso masso, molto pesante, che non c’è stato verso di sollevare. Di qui l’idea dei martelli, dopo strenui e ripetuti tentativi del pool di vigili e scavatori, di volontari e operai che non ha lesinato impegno.
Nella notte fra mercoledì e giovedì la task force aveva deciso, a seguito di un summit cui aveva partecipato anche il sindaco di Castelnuovo Berardenga Roberto Bozzi, di togliere la vasca realizzata durante l’ultimo intervento di recupero. Quella a forma di piscina. Non si poteva lasciare nulla di intentato anche perché i familiari, la madre di Francesco in primis, erano stati chiari con i soccorrritori: "E’ un dovere umano ritrovare mio figlio".
Non se ne parla nemmeno di abbandonare le ricerche. Così la vasca è stata tolta e, come spiegava ieri mattina il comandante provinciale dei vigili Pietro Foderà, era stato trovato uno strato di travertino inclinato e sotto di esso creta. Materiale limaccioso. Pericoloso. L’idea era quella di scoperchiare il tunnel per consentire ai sommozzatori di entrare. Tolti gli ostacoli di calcare, questa l’ipotesi, si sarebbe consentito al corpo di riaffiorare. La scena, resa spettrale dalla montagna di terra e dalla voragine in cui lavorano i pompieri, dà un primo brivido. Al mattino si scorge un ciuffo di capelli scuri che galleggia. Solo un ciuffo, ma è l’indizio che sono sulla giusta strada.
Scavano e si immergono, poi il colpo di scena. Il terreno cede, si verifica una frana. Nessuno si fa male ma si comincia da capo. La sensazione è che ci siamo. Il punto in cui si concentra l’attenzione è vicino ma leggermente spostato verso il ristorante. Poi i sommozzatori trovano Francesco. Scorgono la testa, un braccio. Una decina di metri abbondanti sotto il piano originario, forse anche di più, si intuisce. Intrappolato nell’argilla e nel travertino. Avvengono ancora due crolli laterali mentre si pensa anche a materassini per tentare di sollevare i resti dello studente e, finalmente, restituirlo alla famiglia. Ore di ansia e di tormento. Finché non arriva anche un carro funebre fatto venire da Arezzo da parenti. Vogliono portarlo al più presto via da lì. Via da quell’inferno.
Intanto, ad Arezzo va in scena l’altra faccia dello strazio. A sera parenti e amici si ritrovano per una veglia nella chiesa di San Bernardo, la parrocchia di Francesco e della sua famiglia, anche se lui apparteneva al gruppo scout di un’altra parrocchia, quella di piazza Giotto, chiesa del Sacro Cuore. Sono centinaia, tutti stretti nella stessa preghiera, tutti uniti dallo stesso dolore. Cantano gli amici, cantano il loro dolore, lo esprimono coi toni dei canti di chiesa e con quelli degli scout. La musica va avanti a lungo. E non soltanto in chiesa, ma anche per la strada, in via Margaritone. La gente si affaccia alle finestre e guarda quei ragazzi che fanno musica. Stavolta non per esprimere la gioia, ma col tono lugubre, straziato di chi vuol dare voce, note, a un dolore incommensurabile. Piangono i partecipanti alla veglia, piangono per Francesco, piangono per il suo corpo straziato che nelle ore in cui nella chiesa si prega i vigili del fuoco cercano ancora di liberare dalla sua prigione d’acqua, di fango e di pietra.
Laura Valdesi